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12 Marzo 2024
In questo articolo:
La differenza fra una soundbar e un impianto home theatre non sta nella potenza e nemmeno nel prezzo: sta in quanto spazio hanno i suoni per separarsi prima di arrivare alle tue orecchie. Una barra sotto il televisore mette tutti gli altoparlanti a pochi centimetri l’uno dall’altro. Un impianto li distribuisce intorno a chi guarda. Tutto il resto, formati audio compresi, viene dopo questa cosa qui.
Chi arriva a farsi la domanda “meglio una soundbar o home theatre” di solito parte da un fastidio preciso: il televisore nuovo è bellissimo e i dialoghi non si capiscono. È il punto giusto da cui partire, perché la risposta dipende da cosa ti aspetta dopo, non da quanto spendi adesso.
Soundbar o home theatre: cosa cambia davvero
La soundbar è un mobile unico che contiene più altoparlanti allineati, si collega al televisore con un cavo solo e sta sotto lo schermo. L’impianto home theatre è un insieme di elementi separati: un diffusore centrale sotto o dietro lo schermo, due frontali ai lati, almeno due diffusori dietro chi guarda, un subwoofer e un sintoamplificatore che li governa tutti.
Il modo più onesto di dirlo è questo: la soundbar migliora l’audio del televisore, l’impianto costruisce una scena sonora. Sono due obiettivi diversi, e vanno giudicati per quello che promettono.
Il canale centrale è l’esempio più chiaro. In un film i dialoghi stanno quasi tutti lì, in un diffusore dedicato che li tiene ancorati allo schermo mentre musica ed effetti si allargano intorno. Nella soundbar quel canale esiste, ma condivide il cabinet con tutto il resto ed è largo pochi centimetri. Ecco perché il problema dei dialoghi incomprensibili a volte migliora e a volte no: se il resto della colonna sonora resta appiccicato alla voce, l’orecchio fatica lo stesso. Se il fastidio è solo quello, prima di comprare qualsiasi cosa vale la pena leggere cosa si può sistemare senza spendere niente.
La geometria, che è il vero limite
Perché due canali vengano percepiti come separati servono dei gradi di apertura, non dei watt. La raccomandazione ITU-R BS.775, quella su cui è costruito il formato 5.1, mette i due diffusori frontali a 30 gradi per parte rispetto a chi ascolta: 60 gradi in tutto. Il canale centrale sta a zero gradi, davanti, e i surround fra i 100 e i 120 gradi, cioè dietro le spalle.
Ora facciamo il conto per una soundbar. Le barre in commercio sono lunghe più o meno come il televisore, mettiamo 1,2 metri, e chi guarda sta a 3 metri di distanza. I due estremi della barra, che sono i punti più lontani fra loro che la barra possiede, coprono un angolo di circa 22 gradi. Meno della metà di quello che serve, ed è un limite fisico: non lo supera nessuna elettronica, perché dipende solo da quanto è lunga la barra e da quanto sei lontano.
Da qui nasce tutto il resto. L’effetto avvolgente promesso dai modelli con surround virtuale si ottiene facendo rimbalzare il suono sulle pareti laterali con ritardi calcolati. Funziona in una stanza simmetrica, con pareti nude alla giusta distanza e chi ascolta esattamente al centro. Basta una parete di vetro da un lato, una libreria dall’altro o un divano spostato, e l’illusione si smonta. In una casa vera quelle condizioni ci sono raramente.
Soundbar o casse separate: la domanda che conta di più
Molti in realtà stanno scegliendo fra una soundbar e due casse vere, non fra una soundbar e una sala completa. È il confronto più utile, perché è qui che si vede il salto.
Due diffusori separati, messi a 30 gradi per parte, restituiscono una scena che sta ferma: la voce al centro dello schermo anche quando l’attore si muove, gli strumenti ognuno al suo posto, il rumore che passa da sinistra a destra seguendo l’auto. Un impianto stereo fatto bene, con un buon subwoofer, sui film rende più di quasi tutte le soundbar, e sulla musica non c’è partita.
Il subwoofer merita una riga a parte, perché è l’unico componente che quasi tutti sottovalutano. Le frequenze sotto gli 80 hertz, la soglia di taglio standard fra diffusori principali e subwoofer, sono quelle che si sentono con il corpo prima che con le orecchie: l’esplosione, il motore, il tuono. Una barra da sola non le riproduce, e questo spiega perché quasi tutte vengono vendute con un subwoofer separato: quel cubo per terra è la parte che fa la differenza percepita, non gli altoparlanti nella barra.
Il contro delle casse separate è reale e va detto: sono due oggetti visibili, servono i cavi, serve deciderne la posizione, e la posizione non è quella comoda ma quella giusta. È esattamente il punto in cui la scelta smette di essere un acquisto e diventa un progetto, per quanto piccolo. Se ti interessa capire quanto conta, la posizione dei diffusori vale più del modello che compri.
Le soundbar Dolby Atmos e il soffitto
Le barre di fascia alta dichiarano Dolby Atmos, cioè l’audio a oggetti, quello in cui un elicottero non sta in un canale ma in un punto dello spazio, soffitto compreso. La sigla che vedi scritta racconta come ci arrivano: in 5.1.2 il terzo numero indica i canali di altezza, che in una sala vera sono diffusori incassati nel soffitto e in una soundbar sono altoparlanti rivolti verso l’alto, che sparano contro il soffitto e usano il rimbalzo.
Quel rimbalzo ha condizioni precise, dichiarate da Dolby: soffitto piano, riflettente, a un’altezza compresa fra 2,3 e 4,3 metri. Un soffitto in legno, uno inclinato, uno con travi a vista o con il cartongesso a onde, che sono poi i soffitti delle case belle, disperdono il suono invece di rifletterlo. In quei casi gli altoparlanti verso l’alto lavorano a vuoto e l’altezza non arriva.
Vale la pena sapere che il limite del canale si somma a quello della barra. Il Dolby Atmos che arriva dalle piattaforme di streaming viaggia compresso dentro il Dolby Digital Plus; la versione senza perdite, quella dei dischi, richiede il TrueHD e un collegamento eARC fra televisore e impianto, che porta fino a 37 megabit al secondo contro i pochi dell’ARC tradizionale. Se il televisore non ha eARC, la parte migliore del segnale non passa nemmeno dal cavo, qualunque cosa ci sia dopo.
Nelle sale che progettiamo i canali di altezza non sono mai rivolti verso l’alto: sono incassati nel soffitto, puntati verso chi guarda. Non è una preferenza estetica, è che il suono arriva diretto invece di dipendere da come è fatta la stanza sopra la tua testa.
Quando la soundbar è la scelta giusta
C’è un caso in cui la soundbar è la risposta corretta e non un ripiego: la stanza in cui si guarda la televisione, non i film. Cucina aperta, salotto di passaggio, camera degli ospiti, la stanza dove il televisore è acceso mentre si fa altro. Lì l’ascolto non è mai al centro, nessuno si siede nel punto giusto, e un impianto vero verrebbe sprecato.
Se è il tuo caso, due indicazioni pratiche. Guarda la potenza dichiarata in watt RMS, che è quella continua, non il numero di picco stampato sulla scatola. E prendi un modello con subwoofer separato: è la voce che cambia di più l’ascolto, molto più del numero di canali dichiarati.
Poi c’è il caso opposto, ed è quello di chi legge questo articolo dopo aver già provato una soundbar. Se l’hai comprata sperando nel cinema e sei rimasto deluso, non è colpa del modello e cambiarlo con uno più costoso porta allo stesso punto. Il limite è nei 22 gradi del disegno qui sopra.
Quando serve un impianto, e cosa comporta davvero
La media room, cioè la stanza multiuso dove però il cinema si guarda sul serio, e la sala dedicata sono un altro mestiere. Lì il suono si progetta insieme alla stanza, e l’ordine delle cose è controintuitivo per quasi tutti: prima le dimensioni e le proporzioni della stanza, poi il trattamento acustico, poi la posizione delle poltrone, e solo alla fine i diffusori. Chi parte dai diffusori si trova a compensare con l’elettronica difetti che erano dell’ambiente, e da lì non si esce.
È anche la ragione per cui in una sala progettata bene i diffusori spesso non si vedono: stanno dietro un telo acusticamente trasparente o incassati, perché la loro posizione la decide l’acustica e non l’arredamento. Le raccomandazioni di riferimento del settore, il CEB22 di CEDIA, mettono in fila proprio questo: geometria, isolamento, trattamento, poi impianto.
La differenza che si sente alla fine non è “più forte”. È che ogni poltrona diventa un buon posto, i dialoghi restano attaccati alla bocca degli attori, e il silenzio fra una scena e l’altra è davvero silenzio. Chi arriva in demo di solito lo capisce nei primi trenta secondi, ed è la ragione per cui invitiamo a venire ad ascoltare invece di mandare un preventivo.
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Domande frequenti (FAQ)
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