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12 Giugno 2022
In questo articolo:
C’è un momento, alla fine di ogni sala, in cui si mette un microfono al posto di chi guarderà i film e si lascia che l’impianto misuri se stesso. Da quel momento in poi la sala non è più una somma di apparecchi: è un sistema che sa dove si trova.
La correzione ambientale è il software che fa questo lavoro. Misura come la stanza deforma il suono e applica dei filtri per compensarla. È l’ultimo passaggio, quello che rifinisce, e vale la pena capire subito cosa può fare e cosa no, perché è anche il passaggio su cui si raccontano più fandonie.
Se sei arrivato qui cercando come far suonare meglio una stanza, prima di questo vengono altre due cose: il trattamento acustico, che governa le riflessioni dentro l’ambiente, e l’isolamento acustico, che impedisce al suono di uscire. Qui si racconta cosa succede dopo, quando la stanza è a posto.
Che cosa fa davvero un sistema di correzione
Il procedimento è sempre lo stesso: un microfono nella posizione di ascolto, l’impianto che emette segnali di prova, il software che confronta quello che ha mandato con quello che è tornato indietro. Da quel confronto nascono quattro cose diverse, e conviene tenerle separate perché non hanno lo stesso peso.
La prima è il livello di ogni diffusore, regolato in modo che il centrale, i frontali, i surround, i canali di altezza e il subwoofer arrivino tutti alla stessa intensità. La seconda è il ritardo: il software stima la distanza di ogni diffusore e ritarda i più vicini, perché i suoni partiti insieme arrivino insieme. La terza è il punto di incrocio con il subwoofer, che nella maggior parte degli impianti sta intorno agli 80 hertz e stabilisce chi si occupa delle frequenze basse.
Queste tre sono lavoro di misura, sono affidabili e nessuno le discute. La quarta è l’equalizzazione vera e propria, cioè il filtro applicato a ogni canale per raddrizzare la risposta della stanza, ed è quella su cui si apre il dibattito.
Lo spettro si divide in due, e i due problemi non si curano allo stesso modo
Sotto i 200 o 300 hertz il nemico sono i modi della stanza. Fra due pareti parallele l’onda riflessa si somma a quella diretta, e nascono zone in cui una nota rimbomba e zone in cui la stessa nota sparisce. Dipende dalle proporzioni dell’ambiente e dalla posizione dei diffusori, non dalla qualità dell’impianto: un tono a 50 hertz può risultare il doppio più forte nella tua poltrona e la metà in quella di fianco.
Combattere i modi con il solo trattamento fisico è quasi impossibile, perché a quelle frequenze le onde sono lunghe metri e servirebbero spessori impraticabili. È esattamente il territorio in cui la correzione elettronica dà il meglio: abbassare un picco di risonanza è la cosa che sa fare meglio.
Sopra i 200 o 300 hertz cambia tutto. Lì la stanza non lavora più come risonatore ma come insieme di superfici: conta quanto sono riflettenti, dove sono, quanto tardano le riflessioni ad arrivare. Ed è la zona in cui l’equalizzazione serve poco e può fare danni, per una ragione che ha a che fare con il modo in cui sentiamo.
Il microfono non sente come un orecchio
Un microfono da misura è omnidirezionale: raccoglie tutto quello che gli arriva, da qualunque direzione, e lo somma. Il nostro sistema uditivo no. Alle frequenze alte distingue il suono che arriva diretto dal diffusore da quello che rimbalza, e dà retta al primo; alle frequenze basse invece integra tutto, diretto e riflesso insieme. In mezzo c’è una zona di passaggio in cui i due modi di ascoltare si sovrappongono.
Ne segue una conseguenza pratica: quello che il microfono legge come un difetto, sopra la zona di passaggio, spesso è una riflessione che il cervello sa già scartare da solo. Un pianoforte a coda suona come un pianoforte a coda in qualunque stanza lo metti, e nessuno lo equalizza a seconda dell’ambiente. Correggere lì significa alterare il suono diretto per compensare qualcosa che l’orecchio non stava sentendo come un problema.
È il motivo per cui molte sale “corrette” con la mano pesante vengono descritte come morte o noiose, e per cui i sistemi seri permettono di stabilire una frequenza oltre la quale non si corregge più.
Quello che nessun filtro può fare
Ci sono tre limiti da conoscere, e sono limiti di fisica, non di prodotto.
Un buco non si riempie. Dove le riflessioni della stanza cancellano una frequenza nella tua posizione, alzare quella frequenza con un filtro non la riporta in vita: si manda in saturazione l’amplificatore e il diffusore lavora per niente. Un picco si abbassa, un annullamento no. La strada giusta è spostare il subwoofer o aggiungerne un secondo, non per fare più bassi ma per rendere la copertura più uniforme: dove uno crea un buco, l’altro riempie.
Il tempo non si accorcia. Se la stanza ha un riverbero lungo, il filtro non lo tocca: agisce su cosa esce dal diffusore, non su quanto il suono continua a rimbalzare dopo. La prova si fa senza strumenti, mettendosi al centro della stanza e battendo le mani: se sembra un parcheggio, nessuna taratura salverà quella sala.
Vale per una posizione, o per poche. La correzione è calcolata su dove stava il microfono. I sistemi più avanzati misurano in più punti e mediano, così la seconda fila non viene sacrificata alla prima, ma resta un compromesso: più poltrone si vogliono servire, meno aggressiva può essere la correzione.
Ampiezza, tempo e fase: perché non sono tutti uguali
I sistemi più semplici correggono solo l’ampiezza, cioè quanto è forte ogni frequenza. I più evoluti intervengono anche sul tempo, perché frequenze diverse che dovrebbero arrivare insieme spesso arrivano sfalsate, per colpa del diffusore o della stanza.
Qui entra la differenza fra i due tipi di filtro digitale. Quelli a risposta impulsiva infinita sono leggeri da calcolare e agiscono come un equalizzatore tradizionale; quelli a risposta impulsiva finita possono correggere anche la fase, cioè il tempo di arrivo, ma chiedono molta potenza di calcolo. I sistemi migliori usano una combinazione dei due.
Non è una sottigliezza da laboratorio: è la differenza fra una sala in cui i bassi sono a posto come livello e una in cui il colpo di grancassa parte davvero insieme all’immagine.
I sistemi che si incontrano
Non è un elenco completo, ed è volutamente breve su ciascuno: quello che cambia il risultato non è la marca, è quanto bene viene usata. Serve a orientarsi quando si legge la scheda di un processore.
Audyssey
È il nome più diffuso, presente su moltissimi sintoamplificatori di fascia media, in versioni diverse che non hanno le stesse capacità. Le varianti superiori misurano in più punti e usano una risoluzione di filtro molto più alta alle basse frequenze. L’applicazione per telefono ha aggiunto la cosa che mancava: poter scegliere la curva di destinazione e la frequenza oltre la quale non correggere.
Anthem Room Correction
Misura in più posizioni con un microfono a corredo e lavora soprattutto sotto la zona di passaggio, dove i risultati sono più affidabili. È fra i sistemi che storicamente hanno la mano più leggera, e questo, per come la vediamo, è un pregio.
Dirac Live
Corregge ampiezza e tempo insieme, con misure in più punti e curva di destinazione modificabile. Nella versione dedicata alle frequenze basse gestisce più subwoofer come un insieme, non uno per uno, ed è la strada più efficace quando la stanza ha modi difficili. È il sistema che approfondiamo nell’articolo dedicato a Dirac Live.
Trinnov Optimizer
Usa un microfono a più capsule che riconosce anche da dove arriva il suono, non solo quanto è forte: sa quindi dire se un diffusore è posizionato dove il progetto diceva. Sta sui processori di fascia alta ed è quello che, in una sala complessa, dà le informazioni più utili al tecnico.
YPAO, MCACC, AccuEQ
Sono i sistemi proprietari di tre grandi marchi giapponesi, presenti su moltissimi apparecchi. Nelle versioni base fanno bene i livelli, le distanze e i crossover, e un’equalizzazione semplice; nelle versioni superiori aggiungono misure multiple e il controllo della fase. Su un impianto normale, ben usati, portano quasi tutto il risultato ottenibile.
RoomPerfect
Ha un approccio diverso: misura in posizioni sparse e volutamente casuali per costruirsi un modello della stanza, prima ancora di occuparsi della poltrona principale. È il sistema che ragiona di più come farebbe un acustico.
Room EQ Wizard
Non è un sistema di correzione ma il programma di misura usato da chi lavora sul serio, ed è gratuito. Richiede un microfono calibrato e un’interfaccia audio, e non prende per mano nessuno: serve a vedere cosa fa la stanza, con o senza correzione inserita. Se un tecnico ti mostra le misure prima e dopo, quasi sempre le ha fatte con questo.
I sistemi solo per il subwoofer
Alcuni produttori integrano una correzione che agisce esclusivamente sul canale delle frequenze basse. Fanno bene quel mestiere, ma si fermano al punto di incrocio: i problemi fra gli 80 e i 300 hertz, che pure esistono, restano fuori.
Come si riconosce una taratura fatta bene
Il microfono in dotazione va bene per i livelli e le distanze; per l’equalizzazione serve un microfono calibrato, cioè uno di cui si conosce l’errore e lo si compensa. Le misure vanno fatte in più punti, all’altezza dell’orecchio, con la sala nelle condizioni in cui verrà usata: porta chiusa, tende come stanno di solito, poltrone al loro posto.
Poi c’è la curva di destinazione, ed è la parte che distingue un tecnico da un pulsante. Una sala non deve misurare piatta: la curva scende dolcemente verso gli acuti, perché è così che l’orecchio percepisce naturale un ambiente chiuso. Quanto deve scendere si decide con l’ascolto, non con il grafico.
E l’ultimo passaggio è sempre lo stesso: si ascolta. Una scena conosciuta, con la correzione inserita e disinserita, e si verifica che quello che il grafico dice migliore sia migliore anche per le orecchie. Quando le due cose non coincidono, comanda l’ascolto.
L’ordine, che è la vera conclusione
La correzione ambientale è l’ultimo dieci per cento, e si sente. Ma è anche l’unico passaggio che non può rimediare a quello che è stato deciso prima: le proporzioni della stanza, l’isolamento, il trattamento, la posizione dei diffusori. È l’ordine che mettono in fila anche le raccomandazioni di settore, oggi la CEDIA/CTA RP22 per le sale immersive. Chi inverte l’ordine compra elettronica per rimediare a difetti dell’ambiente, e ottiene una sala corretta sulla carta che dal vivo non emoziona.
Con l’arrivo dell’audio a oggetti la taratura è diventata più necessaria di prima, perché i diffusori a soffitto hanno spesso timbro diverso dai principali e vanno messi d’accordo. Ma resta quello che è: la rifinitura di un lavoro, non il lavoro.
In sala demo facciamo ascoltare la stessa scena con la correzione inserita e disinserita. È il modo più rapido per capire fin dove arriva, e anche per capire quanto conta tutto quello che viene prima.
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Domande frequenti (FAQ)
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