Formato audio Netflix su un impianto home cinema con Dolby Atmos

Tempo di lettura: 7,8 min.

6 Marzo 2024

In questo articolo:

Metti su un film che sulla scheda porta il contrassegno Dolby Atmos. Parte, si sente bene, i dialoghi si capiscono. Poi guardi il display del sintoamplificatore e c’è scritto un’altra cosa: stereo, oppure Dolby Digital. Il film è quello giusto, l’impianto è quello giusto, e l’audio no.

Succede spessissimo, e non è un guasto. Il formato audio Netflix che arriva alle tue casse non lo decide il film: lo decide il punto più debole della catena fra l’abbonamento e i diffusori. Netflix trasmette in stereo, in 5.1 e in Dolby Atmos, ma manda a ogni apparecchio il formato migliore che quell’apparecchio è in grado di ricevere in quel momento. Se una delle condizioni non torna, scende di un gradino senza dire niente.

Formato audio Netflix: cosa trasmette davvero

Tre livelli, in ordine di qualità crescente.

  • Stereo, due canali, su qualunque apparecchio. Netflix lo comprime in AAC, e sulla maggior parte del catalogo usa la versione più recente della famiglia, l’xHE-AAC, che tiene meglio i dialoghi quando la connessione va giù.
  • 5.1, cioè cinque canali più quello degli effetti bassi, in Dolby Digital o Dolby Digital Plus.
  • Dolby Atmos, che aggiunge i canali in altezza e viaggia dentro il Dolby Digital Plus.

Il DTS su Netflix non esiste, e non è mai esistito. Se lo trovi scritto da qualche parte, quella pagina è vecchia o sbagliata: Netflix usa la famiglia AAC per lo stereo e la famiglia Dolby per il multicanale, punto. Il DTS, e la sua versione immersiva DTS:X, li trovi sui dischi, non in streaming.

Le cifre, invece, Netflix le ha comunicate una volta sola, nel 2019, e da allora non le ha più aggiornate: con l’audio ad alta qualità il 5.1 è passato da 192 a 640 kilobit al secondo e il Dolby Atmos da 448 a 768. Sono numeri che vale la pena tenere a mente, perché tornano fra poco.

Cosa significa quel 5.1 accanto al titolo

Il contrassegno sulla scheda del film dice cosa Netflix ha disponibile per quel titolo, non cosa arriverà a casa tua. E dice meno di quanto sembra: non tutte le stagioni della stessa serie hanno l’audio multicanale, e non tutte le lingue di uno stesso film ce l’hanno. Capita spessissimo che l’originale in inglese sia in Atmos e il doppiaggio italiano si fermi al 5.1, o allo stereo.

È il primo posto dove guardare quando l’audio non è quello che ti aspettavi: hai cambiato lingua, e insieme alla lingua hai cambiato formato.

L’audio spaziale di Netflix non è il Dolby Atmos

Qui c’è l’equivoco che gira di più, e vale la pena chiarirlo perché porta le persone nella direzione sbagliata.

L’audio spaziale di Netflix è una simulazione a due canali, costruita con una tecnologia Sennheiser: prende il mix surround originale e lo rielabora perché sembri avvolgente uscendo da due sole sorgenti. È nato per chi guarda dalle casse del televisore, da una soundbar o dalle cuffie, e non ha diffusori intorno. Sta sul piano Premium, insieme al 4K.

Non è un gradino sopra il surround: è il suo sostituto per chi il surround non ce l’ha. Tanto che Netflix stessa lo disattiva da sola quando l’apparecchio le chiede il 5.1 o l’Atmos, perché in quel caso il vero è meglio del simulato. Se hai un impianto e ti ritrovi in audio spaziale, non hai guadagnato qualcosa: hai perso il multicanale da qualche altra parte, e la simulazione è quello che è rimasto.

È la stessa differenza che passa fra un diffusore che suona sopra la tua testa e un diffusore che fa finta di suonare sopra la tua testa. Chi ha sentito le due cose una dopo l’altra non le confonde più.

Perché ti esce lo stereo quando dovrebbe uscire l’Atmos

Formato audio Netflix: i quattro passaggi in cui il Dolby Atmos si perde e resta lo stereo

La catena ha quattro punti, e devono tornare tutti e quattro.

Il piano. L’audio immersivo sta sul Premium, che è anche l’unico che dà il 4K. Standard e Standard con pubblicità si fermano al 1080p. E dentro le impostazioni dell’account c’è una seconda voce che quasi nessuno guarda: la qualità di riproduzione va messa su “Alta”, altrimenti l’Atmos non parte nemmeno con l’abbonamento giusto.

Il titolo. Quello di cui sopra: contrassegno, stagione, lingua.

L’apparecchio. È il punto in cui si perde più spesso, ed è anche il meno intuitivo, perché l’applicazione Netflix dentro il televisore e la stessa applicazione su un lettore esterno non danno lo stesso audio. Dipende da come è stata certificata quella specifica implementazione su quello specifico apparecchio. Due schermi della stessa marca, comprati a due anni di distanza, si comportano diversamente sullo stesso film.

Il collegamento. E qui c’è la cosa che sorprende tutti: l’Atmos di Netflix passa tranquillamente da un HDMI ARC, quello vecchio. Perché viaggia dentro il Dolby Digital Plus a 768 kilobit al secondo, e l’ARC di banda ne regge circa mille. L’eARC serve per un’altra cosa: per l’Atmos dei dischi Blu-ray, che viaggia su Dolby TrueHD, è senza perdite e ha bisogno dei 37 megabit al secondo che solo l’eARC mette a disposizione. Trentasette contro uno: la differenza fra le due generazioni di HDMI è tutta lì.

Quindi no, non ti serve cambiare televisore per sentire l’Atmos di Netflix. Ti serve, semmai, per sentire quello di un disco.

Il 5.1 di Netflix e il 5.1 di un disco non sono la stessa cosa

Sono lo stesso numero di canali e sono due qualità diverse. Netflix comprime: 640 kilobit al secondo per il 5.1 sono un buon compromesso, ed è tanto rispetto ai 192 di prima del 2019, ma restano una compressione con perdita. Un disco Blu-ray porta lo stesso mix senza perdite, e il salto si sente soprattutto in due posti: nella coda dei riverberi, che in streaming si accorcia, e nella dinamica dei colpi bassi.

Non è un buon motivo per rinunciare allo streaming, che è comodo e ha un catalogo che nessuna libreria fisica regge. È un buon motivo per non giudicare un impianto da un film di Netflix: quello che senti è il limite della sorgente, non del sistema.

Cosa cambia con un impianto vero

Quando la catena è a posto e i diffusori ci sono davvero, l’Atmos di Netflix fa una cosa precisa: toglie l’audio dallo schermo e lo mette nella stanza. La pioggia sta sopra, non davanti. L’elicottero attraversa, non passa da sinistra a destra su una linea. E i dialoghi smettono di essere un problema, perché escono da un diffusore dedicato al centro invece di essere mescolati a tutto il resto.

È anche il motivo per cui, in una sala progettata, il telecomando del volume si usa una volta sola: si trova il livello giusto e non lo si tocca più, perché la voce non sparisce mai sotto la musica. Chi passa da un televisore a una sala racconta quasi sempre quella, prima ancora degli effetti.

Il resto della catena, dalla scelta del sintoamplificatore alla posizione dei diffusori, decide quanto di quel mix arriva davvero alle orecchie. Il formato è il permesso di entrare, non il risultato. Le specifiche ufficiali dei formati immersivi le pubblica Dolby.

Se stai valutando se vale la pena passare da un televisore a un sistema audio dedicato, il salto vero non è nel numero di canali: è nel fatto che il suono smette di essere un accessorio dello schermo. Se invece stai progettando una stanza da zero, la sorgente è l’ultima cosa da decidere e la prima da prevedere nei cavi, perché è l’unico pezzo che si cambia ogni tre anni.

Prenota una visita: chiama lo 0445 1911502 o scrivici da qui. Se sei un architetto o un progettista, richiedi la nostra guida alla progettazione.

Domande frequenti (FAQ)

Netflix trasmette in tre formati: stereo compresso in AAC su qualunque apparecchio, 5.1 in Dolby Digital o Dolby Digital Plus, e Dolby Atmos trasportato dentro il Dolby Digital Plus. Il DTS non è previsto e non lo è mai stato. Con l’audio ad alta qualità introdotto nel 2019, il 5.1 viaggia a 640 kilobit al secondo e l’Atmos a 768.

Che per quel titolo esiste un mix a sei canali: cinque diffusori intorno all’ascoltatore più il canale dedicato alle frequenze basse. È un’informazione sulla disponibilità, non sulla riproduzione: la stessa serie può avere il 5.1 su una stagione e non sull’altra, e la traccia italiana può fermarsi allo stereo mentre l’originale in inglese è in Atmos.

Perché uno dei quattro passaggi non torna. Il piano deve essere il Premium e la qualità di riproduzione va impostata su “Alta” nell’account; il titolo deve avere l’Atmos nella lingua che stai ascoltando; l’apparecchio deve essere certificato per quel formato, e l’applicazione dentro il televisore non si comporta come quella di un lettore esterno; il collegamento verso l’impianto deve portare il flusso multicanale. Netflix scende di formato da sola, senza avvisare.

No. È una simulazione a due canali basata su tecnologia Sennheiser, pensata per chi ascolta dalle casse del televisore, da una soundbar o dalle cuffie e non ha diffusori intorno. Netflix la disattiva automaticamente quando l’apparecchio richiede il 5.1 o il Dolby Atmos, perché il surround reale è preferibile a quello simulato. Se hai un impianto surround e ti esce l’audio spaziale, significa che il multicanale si è perso da qualche parte.

No. L’Atmos di Netflix viaggia dentro il Dolby Digital Plus a 768 kilobit al secondo e passa anche da un HDMI ARC, che regge circa mille kilobit al secondo. L’eARC, con i suoi 37 megabit al secondo, serve per l’Atmos dei dischi Blu-ray, che usa il Dolby TrueHD ed è senza perdita di qualità.

Ultra Experience progetta e realizza sale home cinema chiavi in mano da Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, ed è membro CEDIA. La sorgente in streaming è solo un pezzo del progetto: il risultato dipende dalla catena completa, dalla stanza ai diffusori alla taratura finale. Per parlarne: 0445 1911502 oppure scrivici da qui.

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