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11 Settembre 2023
In questo articolo:
Ci sono stanze in cui una battuta di batteria fa tremare i vetri e quella dopo non si sente. Stanze in cui i dialoghi si capiscono solo alzando il volume, e allora gli effetti diventano insopportabili. Stanze bellissime, con il parquet, il vetro, il cartongesso liscio, che sull’audio non funzionano e nessuno capisce perché.
Il trattamento acustico è il lavoro che si fa sulle superfici di una stanza per governare come il suono ci rimbalza dentro. Non riguarda l’impianto, riguarda l’ambiente: gli stessi diffusori, negli stessi punti, in due stanze diverse danno due risultati che non si somigliano. È la parte che si vede meno e che si sente di più.
Isolamento, trattamento e correzione: tre cose diverse
Vengono confuse di continuo, e siccome costano e risolvono problemi diversi vale la pena separarle subito.
L’isolamento acustico impedisce al suono di uscire dalla stanza e ai rumori di entrare. È un lavoro di masse, disaccoppiamenti e tenute: muri, porte, canalizzazioni. Serve a non svegliare chi dorme al piano di sopra, e non migliora di un decibel quello che senti dentro la sala.
Il trattamento acustico lavora dentro la stanza, sulle riflessioni. Decide quanto a lungo il suono continua a rimbalzare dopo che il diffusore ha smesso di emetterlo, e da dove ti arriva. È quello che rende i dialoghi intelligibili e che fa stare ferma la scena sonora.
La correzione elettronica, infine, è software: misura la risposta della sala e applica filtri per compensarne i difetti. Arriva ultima, per una ragione che spiego più avanti, e non sostituisce le prime due.
Perché le stanze belle suonano male
Il suono viaggia a circa 343 metri al secondo e si comporta come la luce: rimbalza sulle superfici dure, viene assorbito da quelle porose. Una stanza contemporanea è fatta quasi solo di superfici dure. Il vetro riflette praticamente tutto ciò che riceve, e così il cemento lisciato, il gres, il cartongesso teso. Il divano e il tappeto assorbono qualcosa, ma solo le frequenze alte, quelle delle consonanti.
Il risultato lo conosci anche senza misurarlo: la voce che sembra dentro un secchio, il basso che in un punto della stanza c’è e due passi più in là sparisce. Non è colpa dei diffusori, ed è il motivo per cui in una sala progettata l’acustica viene prima dell’impianto e non dopo.
C’è anche una simmetria da rispettare, e nelle case vere quasi mai c’è: una parete di vetro a sinistra e una libreria a destra significano che l’orecchio sinistro e il destro ricevono due stanze diverse. Il cervello se ne accorge, anche se tu non sai dire cosa non va.
I modi della stanza, il problema che i pannelli non risolvono
Fra due pareti parallele il suono va e torna, e a certe frequenze l’onda che torna si sovrappone esattamente a quella che parte. Nascono i modi della stanza: punti dove una nota rimbomba e punti dove la stessa nota si annulla.
La frequenza si calcola, e serve una divisione sola: 343 diviso il doppio della distanza fra le due pareti. In una stanza lunga 5,5 metri il primo modo cade a 31 hertz, se è larga 4 metri ne nasce un altro a 43 hertz, e fra pavimento e soffitto a 2,7 metri se ne forma uno a 63 hertz. Sono esattamente le frequenze del cinema: esplosioni, motori, il rumore basso e continuo sotto le scene di tensione.
Sotto una certa soglia, che nelle stanze domestiche sta intorno ai 150 o 200 hertz, il suono in una stanza non si comporta più come un raggio ma come una risonanza dell’ambiente intero. Sopra quella soglia governano le riflessioni, sotto governano le proporzioni della stanza. Ecco perché le dimensioni e i rapporti fra i lati sono la prima decisione di una sala, quella che nessun intervento successivo può correggere del tutto: due pareti parallele a 4 metri produrranno sempre il loro modo a 43 hertz, con o senza pannelli.
Le prime riflessioni, e lo specchio per trovarle
Quando parte un suono, alle tue orecchie arriva prima quello diretto e subito dopo le sue copie riflesse dalle pareti, dal soffitto, dal pavimento. Ogni metro di percorso in più significa 2,9 millisecondi di ritardo. Entro i primi venti o trenta millisecondi il cervello non le sente come echi separati: le fonde con il suono diretto, e in quella fusione le voci perdono contorno e la posizione degli strumenti si sposta.
I punti da trattare si trovano senza strumenti. Ti siedi al posto di ascolto e fai scorrere uno specchio lungo la parete laterale: dove nello specchio vedi un diffusore, lì c’è una prima riflessione. Vale per le pareti, per il soffitto e per il pavimento davanti allo schermo.
Trovarli è facile, e finisce lì la parte facile. Perché su ognuno di quei punti va deciso se assorbire o diffondere, quanto, e su quali frequenze: assorbire tutto rende la sala sorda e faticosa, diffondere ovunque toglie precisione all’immagine sonora. È la stessa ragione per cui la posizione dei diffusori e il trattamento si decidono insieme: sono la stessa geometria vista da due lati.
Lo spessore decide la frequenza, e non ci sono scorciatoie
Qui sta l’errore più comune e più costoso: pensare che i pannelli fonoassorbenti assorbano il suono. Assorbono una parte del suono, e quale parte dipende quasi solo dal loro spessore.
Un materiale poroso lavora bene a partire dalla frequenza il cui quarto d’onda corrisponde al suo spessore. Il conto è 343 diviso quattro volte lo spessore in metri. Un pannello da 5 centimetri, quello che si compra a scatola chiusa, comincia a lavorare intorno ai 1.700 hertz: le voci le smorza, i bassi non li vede nemmeno. A 10 centimetri si scende a 858 hertz, a 20 centimetri a 429. Per assorbire davvero i 100 hertz servirebbe uno spessore di 86 centimetri.
Ecco perché le stanze piene di pannelli sottili suonano spente e rimbombano lo stesso: si è tolto tutto il brillante e non si è toccato il problema. Sotto i 300 hertz non si lavora con i pannelli ma con trappole risonanti, che sono un’altra tecnologia, occupano volume e vanno accordate sulla frequenza del modo che devono togliere. È la parte di lavoro che si nasconde dietro le pareti e dentro i controsoffitti, e che nessuno vedrà mai.
Quanto assorbimento serve davvero
La misura di riferimento è il tempo di riverbero: quanti secondi impiega il suono a spegnersi dopo che la sorgente ha smesso. In una chiesa sono parecchi secondi, in un salotto normale intorno al mezzo secondo. Per una sala dedicata si lavora fra 0,3 e 0,4 secondi, il più uniforme possibile alle varie frequenze: è quello il punto in cui i dialoghi restano nitidi e la sala non diventa opprimente.
La parola importante è uniforme. Una sala che ha 0,25 secondi sugli acuti e 0,7 sui bassi ha un tempo medio bellissimo sulla carta e suona gonfia. È la trappola dei numeri medi, e si evita solo misurando per bande.
Il tempo di riverbero si calcola dal volume della stanza e dalla quantità di assorbimento che contiene: raddoppiare l’assorbimento non dimezza il riverbero, e passata una certa soglia ogni pannello in più porta un guadagno sempre minore, mentre la sala diventa sempre più muta. Le raccomandazioni di settore, oggi la CEDIA/CTA RP22 per le sale immersive, mettono in fila proprio questo equilibrio: quanto assorbire, dove diffondere, quanta energia lasciare viva.
Perché la correzione elettronica arriva per ultima
I sistemi di correzione automatica misurano la sala con un microfono e applicano filtri. Fanno molto bene una cosa: livellare la risposta in frequenza alle basse, dove i modi creano picchi e buchi. E non possono farne un’altra: togliere il tempo. Un suono che continua a rimbalzare per un secondo continua a rimbalzare anche dopo il filtro, perché il filtro agisce su cosa esce dal diffusore, non su cosa fa la stanza dopo.
C’è anche un limite fisico che spiega perché non si compensa tutto: dove il modo della stanza produce un annullamento, alzare quella frequenza con l’equalizzatore non riempie il buco, satura solo l’amplificatore. Si può abbassare un picco, non si può creare un suono in un punto dove la fisica lo cancella.
L’ordine giusto quindi è sempre lo stesso: prima le proporzioni della stanza, poi l’isolamento, poi il trattamento, poi la posizione dei diffusori, e solo alla fine la taratura. Chi lo inverte spende in elettronica per rimediare a difetti che erano dell’ambiente, e ottiene una sala corretta sulla carta che dal vivo non emoziona.
In una sala trattata bene la differenza non è che il suono è più forte: è che ogni poltrona è un buon posto, i dialoghi restano attaccati alla bocca degli attori anche a volume basso, e nella pausa fra due scene c’è silenzio vero. È la cosa più difficile da raccontare e la più immediata da riconoscere: chi entra in demo lo capisce nei primi trenta secondi.
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Domande frequenti (FAQ)
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