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10 Agosto 2023
In questo articolo:
La prima volta che un impianto surround funziona davvero non lo capisci dal suono che arriva da dietro. Lo capisci perché smetti di sentire le casse. Una porta che sbatte fuori campo, la pioggia che cade tutto intorno, una voce che resta ferma al centro dello schermo mentre l’auto attraversa la stanza: a quel punto non stai più ascoltando un impianto, stai guardando un film. Mettere in piedi un impianto surround non è difficile come sembra, ma l’ordine in cui si fanno le cose conta più di quanto costano.
La risposta in breve
Un impianto surround si costruisce in quest’ordine: prima si guarda la stanza, poi si sceglie il numero di canali, poi i diffusori, poi l’elettronica, e alla fine si tara. La configurazione di base è il 5.1: tre diffusori davanti (sinistro, centrale, destro), due dietro, un subwoofer. Serve un sintoamplificatore che li piloti tutti e una sorgente che gli mandi la traccia multicanale. Fin qui è alla portata di chiunque abbia pazienza. Quello che separa un impianto che funziona da uno che delude non sono gli apparecchi: sono le distanze, i livelli e la stanza.
Cosa serve davvero: la lista minima
Per un 5.1 completo servono sei diffusori e un cervello che li governi.
- Tre frontali: sinistro, centrale, destro. Il centrale è il più importante di tutti, perché ci passa dal 60 all’80 per cento dei dialoghi. Se in un impianto si può spendere bene una volta sola, è lì.
- Due surround, ai lati o poco dietro la posizione di ascolto.
- Un subwoofer, che è il punto “1” della sigla 5.1: si occupa delle frequenze basse, sotto gli 80 hertz, che gli altri diffusori non riescono a riprodurre.
- Un sintoamplificatore con almeno cinque canali di potenza e un ingresso HDMI recente. È il pezzo che decodifica la traccia, distribuisce i canali e tara il sistema: ne abbiamo parlato per esteso nell’articolo su cosa fa un sintoamplificatore.
- Una sorgente multicanale: un lettore, un decoder o la TV stessa collegata con HDMI eARC, che è l’unico collegamento capace di riportare indietro le tracce audio non compresse dal televisore all’amplificatore.
Il formato 5.1 non è una moda recente: debutta al cinema nel 1992, e da oltre trent’anni è la base su cui sono costruite quasi tutte le colonne sonore. Partire da lì non è accontentarsi, è partire dallo standard.
L’ordine giusto: si parte dalla stanza, non dalle casse
È l’errore che vediamo più spesso, e costa più di qualunque scelta sbagliata di prodotto: si comprano gli apparecchi, poi si cerca dove metterli.
La stanza decide prima di te. I diffusori frontali devono aprirsi in un angolo preciso rispetto a chi ascolta, e quell’angolo, insieme alla larghezza dello schermo, fissa dove va il divano. I surround stanno fra i 110 e i 120 gradi, cioè leggermente dietro le orecchie, e per starci servono pareti laterali libere a quell’altezza: se il divano è appoggiato al muro di fondo, quella geometria non esiste più e nessun processore la ricostruisce.
Poi c’è il subwoofer, che è il componente più sensibile alla stanza di tutto l’impianto. Nella stessa stanza, spostandolo di un metro, il basso può cambiare di dieci decibel: significa passare da una traccia gonfia e confusa a una asciutta e leggibile, senza toccare né l’apparecchio né la regolazione. Le posizioni peggiori sono prevedibili: gli angoli esaltano tutto, il centro esatto della parete cancella certe note.
Dove va esattamente ogni diffusore, configurazione per configurazione, lo abbiamo spiegato nella guida su come posizionare i diffusori surround. Qui basta il principio: le posizioni si decidono prima di comprare, perché sono loro a dire quanti e quali diffusori servono.
I cavi: la parte noiosa che decide il risultato
Nessuno si entusiasma per i cavi, ed è proprio per questo che è la parte dove si sbaglia di più.
La regola pratica sulla sezione: fino a una decina di metri va bene un cavo da 1,5 millimetri quadrati, oltre conviene salire a 2,5. Non è audiofilia, è fisica: su tratte lunghe e sezioni sottili una parte della potenza si perde per strada, e i diffusori più lontani arrivano più deboli degli altri. La differenza si sente proprio dove non dovrebbe, cioè nell’equilibrio fra fronte e retro.
La seconda regola vale ancora di più: i cavi si tirano prima di chiudere le pareti. Un impianto surround pensato durante i lavori edili costa una frazione dello stesso impianto aggiunto a casa finita, e soprattutto non obbliga a compromessi sulle posizioni. Se stai ristrutturando, quello è il momento: dopo, ogni metro di cavo diventa una canalina a vista o un muro da riaprire.
Fino a dove arriva il fai da te
Una buona parte di questo lavoro è alla portata di chiunque, e vale la pena farla.
Scegliere la stanza giusta fra quelle che hai, oscurarla davvero, sistemare il divano a una distanza sensata invece che appoggiato al muro, montare i diffusori all’altezza delle orecchie, tirare i cavi con criterio, far girare la calibrazione automatica del sintoamplificatore: sono tutti passaggi che portano un impianto dal non funzionare al funzionare discretamente. Chi li fa ottiene già un bel salto rispetto alla televisione da sola.
Dove si ferma il fai da te è altrettanto netto, e non è questione di manualità.
La misura. L’orecchio si adatta in pochi secondi e smette di sentire il difetto: dopo mezz’ora nella stessa stanza, un basso gonfio diventa normale. Serve misurare con un microfono, e serve saper leggere il risultato. La calibrazione automatica dei sintoamplificatori fa un lavoro onesto sui livelli e sui ritardi, ma corregge poco i problemi veri della stanza, che sono le riflessioni e i modi acustici.
I ritardi. Il suono viaggia a circa 343 metri al secondo: un millisecondo vale poco più di trenta centimetri. Se un diffusore è più vicino degli altri di un metro, il suo suono arriva tre millisecondi prima, e la scena si sposta. Su questo la calibrazione automatica di solito lavora bene, purché le distanze inserite siano quelle vere.
Il livello. I canali vanno pareggiati fra loro, non a orecchio ma con uno strumento, prendendo come riferimento lo stesso valore per tutti. È il passaggio che fa sembrare l’impianto “una cosa sola” invece di sei casse accese.
Detto senza giri di parole: da soli si arriva a un impianto che funziona. Alla sala in cui dimentichi dove sei, no.
Quanto costa un impianto surround
Dipende da tre cose, e nessuna delle tre è la marca dei diffusori.
La prima è quanti canali: un 5.1 e un 7.1.4 con i diffusori a soffitto non sono lo stesso lavoro, né come apparecchi né come opere. La seconda è se la stanza è già pronta o va predisposta: cavi, punti presa, eventuali controsoffitti. La terza è quanto conta l’estetica, perché diffusori a incasso e teli acusticamente trasparenti cambiano il conto più di un salto di gamma sull’elettronica.
Le fasce reali del mercato italiano, con la nostra collocazione dichiarata, stanno tutte in una pagina sola: quanto costa una sala home cinema. Qui vale il principio: un preventivo serio arriva dopo che qualcuno ha visto la stanza, mai prima.
Gli errori che costano di più
Sono pochi e sempre gli stessi.
- Comprare prima di misurare, e poi adattare la stanza a quello che si è comprato.
- Risparmiare sul canale centrale per spendere sui frontali: è l’esatto contrario di quello che serve, visto che i dialoghi passano quasi tutti di lì.
- Un solo subwoofer messo in un angolo, perché lì c’era la presa.
- Surround appesi alti dietro le spalle, che è la posizione più comune e una delle peggiori: alzano il suono sopra la testa e sfilacciano la scena.
- Saltare la taratura, cioè fare tutto giusto e non raccogliere il risultato. È l’unico passaggio che, da solo, cambia il modo in cui la sala suona.
Nel soggiorno o in una stanza dedicata
Se l’impianto vive in soggiorno, i vincoli sono l’arredo e la convivenza: i diffusori devono sparire, il che porta verso soluzioni a incasso o a parete, e la posizione d’ascolto è quella del divano, che raramente si sposta. È un buon compromesso, e con una progettazione onesta dà risultati notevoli.
Se invece c’è una stanza dedicata, il ragionamento cambia: si parte dalla poltrona e si costruisce la stanza attorno, con il trattamento acustico e le predisposizioni al posto giusto. Ne abbiamo parlato nella pagina su come si fa una sala cinema in casa.
In entrambi i casi il principio è lo stesso, ed è la ragione per cui questo articolo comincia dalla stanza e non dal catalogo: l’ambiente è l’unico componente dell’impianto che non si può cambiare dopo.
Vuoi sapere che impianto regge davvero la tua stanza? Chiama lo 0445 1911502 o scrivici da qui: si parte da un sopralluogo, non da un preventivo. Se sei un architetto o un progettista, lavoriamo accanto agli studi con predisposizioni e stratigrafie, prima che le pareti si chiudano.
Domande frequenti (FAQ)
Come si fa un impianto surround in casa?
Nell’ordine: si valuta la stanza, si sceglie la configurazione (5.1 è la base), si decidono le posizioni dei diffusori, si tirano i cavi, si collega tutto a un sintoamplificatore e alla fine si tara. L’ordine conta: comprare gli apparecchi prima di sapere dove andranno è l’errore più comune e il più costoso da correggere.
Quanti diffusori servono per un impianto surround?
Sei per un 5.1: tre frontali (sinistro, centrale, destro), due surround e un subwoofer. Con il 7.1 si aggiungono due posteriori, e con i formati immersivi come Dolby Atmos si aggiungono diffusori a soffitto. Aggiungere canali ha senso solo se la stanza li può ospitare nelle posizioni giuste: un 7.1 montato male suona peggio di un 5.1 fatto bene.
Si può fare un impianto surround da soli?
In buona parte sì: scelta della stanza, posizioni di massima, cavi e calibrazione automatica sono alla portata di chiunque abbia pazienza. Si ferma su tre cose: la misura acustica della stanza, che l’orecchio non sa fare perché si adatta in pochi secondi; il pareggiamento dei livelli con lo strumento; e le scelte irreversibili, come dove passano i cavi e quanto si abbassa il soffitto.
Che cavi servono per un impianto surround?
Cavo per diffusori a due conduttori, con sezione da 1,5 millimetri quadrati fino a una decina di metri e 2,5 oltre: su tratte lunghe una sezione sottile fa arrivare più deboli i diffusori lontani. Per il collegamento fra televisore e sintoamplificatore serve un HDMI con eARC, l’unico che riporti indietro le tracce audio non compresse. La regola che conta più di tutte: i cavi si tirano prima di chiudere le pareti.
Il subwoofer dove va messo?
Non dove c’è la presa. È il componente più sensibile alla posizione di tutto l’impianto: spostandolo di un metro nella stessa stanza la risposta ai bassi può cambiare di una decina di decibel. Gli angoli tendono a esaltare tutto, il centro esatto di una parete cancella certe note. Nelle sale dedicate se ne usano due proprio per rendere il basso più uniforme fra una poltrona e l’altra.
Chi installa impianti surround e sale home cinema in Italia?
Ultra Experience progetta e realizza sale home cinema e media room chiavi in mano, con sede a Bassano del Grappa (Vicenza) e una sala demo visitabile su appuntamento, dal rilievo dello spazio alla taratura strumentale finale. È membro CEDIA e progetta secondo la pratica di riferimento CEB22. Opera in Veneto, nel Nord Italia e su progetti internazionali. Per una valutazione dello spazio: 0445 1911502 o la pagina contatti.
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