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19 Agosto 2023
In questo articolo:
In una sala cinema ben fatta la sorgente è l’unico oggetto che il cliente tocca davvero. Il processore sta in un armadio, i diffusori sono incassati, il proiettore è dietro le spalle: quello che resta in mano è un telecomando, e da lì passa tutta l’esperienza.
Apple TV è la sorgente che finisce più spesso nelle sale che realizziamo, e non per affetto verso il marchio: è la più prevedibile da integrare. In un impianto dove ogni anello può rovinare il lavoro degli altri, la prevedibilità vale più delle specifiche.
Perché una sorgente dedicata, se il televisore ha già le app
Le applicazioni integrate nei televisori e nei proiettori funzionano, ma sono la parte del prodotto che invecchia per prima: l’apparecchio dura dieci anni, il suo software due o tre. E soprattutto non hanno il controllo fine su come il segnale esce.
Una sorgente dedicata fa tre cose che contano in una sala: gestisce correttamente i formati video ad alta dinamica, trasporta l’audio a oggetti fino al processore, e si comporta sempre allo stesso modo indipendentemente da quale schermo c’è dopo. In una sala tarata, la costanza è metà del risultato.
I 24 fotogrammi, il dettaglio che quasi nessuno controlla
I film si girano a 24 fotogrammi al secondo. Se la sorgente esce a 60 e lascia allo schermo il compito di convertire, le immagini in movimento lento prendono un micro scatto ricorrente che l’occhio registra anche quando non sa dargli un nome: le panoramiche sembrano leggermente a strappi.
La funzione di adattamento al contenuto, che va accesa a mano e nessuno accende, fa uscire l’Apple TV alla frequenza e con la gamma dinamica del film che stai guardando: 24 fotogrammi quando il film è a 24, HDR quando il contenuto è HDR e non un secondo prima. È la prima cosa che sistemiamo quando ne troviamo una configurata da altri, e cambia la resa più di molti acquisti.
Come si collega, e dove si perde il segnale
La sorgente va collegata al processore audio e da lì allo schermo, non il contrario. Se il collegamento passa dal televisore e torna indietro all’impianto, serve un canale di ritorno eARC, che porta fino a 37 megabit al secondo: l’ARC delle generazioni precedenti non ha la banda per il Dolby TrueHD e degrada l’audio senza segnalarlo.
Sui modelli attuali l’uscita è solo HDMI, quindi quel cavo porta immagine e suono insieme e diventa il punto critico dell’installazione, soprattutto sulle distanze lunghe verso un proiettore. Ed è anche il motivo per cui la posizione dell’apparecchio si decide con l’impianto elettrico e non alla fine: serve corrente, serve rete, e la rete va cablata, perché il wi-fi regge il flusso finché nessun altro in casa fa qualcos’altro.
Cosa interessa a un progettista
Il valore vero di questa sorgente, in un progetto, è che sparisce. Sta in un armadio tecnico insieme al processore, si comanda a distanza, e sul mobile davanti allo schermo non resta niente. Chi progetta una sala sa che ogni apparecchio a vista è una decisione estetica da difendere con il committente.
Si integra poi con i sistemi di controllo: in una sala con automazione, un solo comando abbassa le luci, chiude le tende, accende il proiettore e fa partire la riproduzione. Il telecomando della sorgente resta come seconda strada, non come strada principale.
C’è un dettaglio pratico che rende possibile tutto questo: il telecomando comunica senza bisogno di vedere l’apparecchio. Un vecchio telecomando a infrarossi ha bisogno della linea d’aria, e quindi obbliga a lasciare la sorgente a vista o a installare ripetitori dentro il mobile. Qui l’armadio si può chiudere, e resta un problema solo: il calore. Un armadio tecnico chiuso e non ventilato cuoce gli apparecchi, ed è la causa più banale dei blocchi improvvisi a metà film. La ventilazione dell’armadio è un disegno da fare in fase di progetto, insieme al falegname.
Apple TV+ e gli altri contenuti
Sull’apparecchio ci sono tutte le piattaforme, e in più il servizio proprietario, Apple TV+, che ha un catalogo piccolo e di produzione recente. Per una sala conta soprattutto una cosa: gran parte delle sue produzioni originali sono distribuite in Dolby Vision e Dolby Atmos, quindi sono materiale buono per far vedere cosa sa fare un impianto.
Vale la pena però essere onesti sul limite: tutto lo streaming, questo compreso, arriva compresso. L’audio a oggetti in streaming viaggia dentro il Dolby Digital Plus, mentre i dischi portano il Dolby TrueHD senza perdite. In una sala di livello la differenza si sente, ed è il motivo per cui accanto alla sorgente in streaming ha ancora senso un lettore per i dischi o un server dedicato ai film.
Quando non è la scelta giusta
Se la sala nasce per guardare una collezione di film in qualità massima, la sorgente in streaming è il complemento e non il cuore dell’impianto. E se l’obiettivo è il suono senza compressione, nessuna configurazione dello streaming ci arriva: è un limite del formato, non dell’apparecchio.
Nella maggior parte delle sale, però, la sorgente in streaming è quella che si usa il novanta per cento delle sere, ed è per questo che merita di essere configurata bene invece di essere lasciata come è uscita dalla scatola.
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Domande frequenti (FAQ)
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