Perché tutti amano il cinema (secondo le neuroscienze)

Perché tutti amano il cinema (secondo le neuroscienze)

Perché amiamo così tanto il cinema? Cos’è che coinvolge così tanto la nostra mente? E perché alcuni film ci piacciono, coinvolgono ed emozionano più degli altri? Perché proviamo terrore quando vediamo le due bambine dell’Overlook Hotel di Shining, o disperazione quando Frodo perde l’anello di Sauron? La spiegazione potrebbero fornirla i cosiddetti neuroni specchio, l’ultima frontiera delle neuroscienze. Ecco cosa sono, perché esistono e come rendono intensa la nostra esistenza.

“Questo Film Parla di Me”

Il cinema offre una varietà talmente elevata e multiforme di trame e personaggi, che prima o poi càpita a tutti di trovare il film in cui immedesimarsi. “Questo film sembra parlare di me” o “questo film sembra girato per me” è quello che diremmo in simili situazioni.

E in un certo senso, è proprio quello che avviene. Nell’intimità della nostra coscienza, è come se la mente entrasse in risonanza con gli umori e le vicende delle persone che vede. Quando si assiste ad un lungometraggio, si verifica una sorta di magia in cui illusione e simulazione si fondono generando però sensazioni che percepiamo come reali: paura, sconforto, amore, angoscia e perfino senso d’urgenza. È quella sospensione dell’incredulità che convince lo spettatore a sospendere le proprie facoltà critiche con lo scopo di ignorare le incongruenze e godere di un’opera di fantasia.

Tutti sappiamo che non esistono babbani e maghi, ma questo non ha impedito a Harry Potter di diventare un successo planetario. Come spiegano quindi questo meccanismo le neuroscienze?

“Partecipiamo emotivamente a quello che succede nel cinema, ci immedesimiamo, ci commuoviamo,” spiegava il Prof. Giulio Maira ad ANSA solo pochi anni fa. “Questo accade perché abbiamo dei neuroni specchio, dei neuroni che si attivano quando vediamo un attore che fa un gesto, che compie un’azione, che si emoziona. Se un attore si emoziona io attivo gli stessi neuroni cerebrali, le stesse reti neurali”.

“Quando andiamo al cinema siamo anche scevri da pensieri, il nostro cervello e’ totalmente disponibile a entrare nella realtà del cinema ma non passivamente ma con una partecipazione attiva: l’attivazione degli stessi neuroni che l’attore sta utilizzando- prosegue- l’attività degli artisti deve essere quella di coinvolgere il pubblico, ma c’è una base fisiologica, neurofisiologica in questo coinvolgimento”.

Empatia e Immedesimazione

L’essere umano è dotato di una capacità che è molto rara in natura, ovvero l’empatia, la capacità di comprendere gli altri e il loro stato d’animo. Ciò non soltanto lo rende unico, ma gli conferisce la capacità di godere della rappresentazione della realtà; cioè, di appassionarsi a recitazione e simulazione, e di trarne vantaggio, insegnamento o piacere.

Ma c’è una ragione biologica ed evolutiva che spiega questa innata capacità, e l’ha fornita un gruppo di neuroscienziati nel 1992. In quell’anno si scoprì infatti l’esistenza di particolari tipi di neuroni, i cosiddetti neuroni specchio, che si attivano sia quando un individuo compie un’azione, e sia quando l’individuo osserva o sente una determinata azione compiuta da qualcun altro

Questi neuroni motori, accendendosi anche solo durante l’osservazione di un determinato movimento (come un salto, un saluto o un sorriso), attivano nel nostro cervello una una simulazione di quell’atto: cioè percepiamo -quasi come lo stessimo facendo noi stessi- il salto, il saluto o il sorriso. O almeno la nostra rappresentazione mentale di tali azioni.

Il meccanismo specchio, spiega il neuroscienziato Vittorio Gallese, suggerisce che riesci a sentire quel che sentono gli altri o quel che fa un attore, perché la stessa cosa accade dentro di te. “Siamo in un ristorante,” spiega a mo’ di esempio. “E qualcuno allunga la mano per raggiungere il sale. L’idea classica delle precedenti teorie cognitive è che io intuisco che tu voglia raggiungere il sale – e questa è la spiegazione della ‘lettura della mente’. Ma esiste una strada molto più rapida per spiegare che ti serve il sale. Io percepisco me stesso -cioè i miei neuroni specchio si attivano come i tuoi- e anticipo le tue azioni attraverso il mio corpo.”

Ci connettiamo agli altri esseri umani perché il nostro cervello replica i loro stati d’animo e crea rappresentazioni di quel che stanno facendo. Se qualcuno solleva una valigia pesante, in qualche modo lo stai facendo anche tu, pur senza un movimento reale, e quasi ti sembra di sentire il carico. È la stessa ragione per cui, quando Brad Pitt incassa un pugno nello stomaco in Fight Club, ti tieni la pancia per l’eco del dolore che sperimenti.

I neuroni specchio ci permettono di condividere le nostri emozioni, e percepire quelle degli altri. Ma perché li abbiamo sviluppati nel corso di un’evoluzione lunga milioni di anni?

Neuroni Specchio

Se vedi qualcuno che tende la mano verso del cibo, intuisci immediatamente le sue intenzioni perché quel gesto l’hai già fatto tu stesso milioni di volte. È un po’ come se il cervello si domandasse: “vedo che porti la mano verso il piatto: se fossi io a fare questo movimento, perché lo farei?” E ciò ci dà una profonda chiave di lettura di quel che avviene nella realtà attorno a noi.

Quando in Notorius di Hitchcock, Ingrid Bergman (nel film, Alicia) allunga la mano per rubare le chiavi della cantina, nella tua mente anche tu stai compiendo la medesima azione.

La suspense che provi è reale, perché la tua.

Secondo le teorie più moderne, i neuroni specchio sono fondamentali per il linguaggio umano, e ci danno un vantaggio competitivo sulle altre specie perché permettono di intuire le intenzioni di un predatore ben prima che l’azione si compia: un’intuizione che può fare la differenza tra vita e morte.

Ed è lo stesso meccanismo che probabilmente spiega come mai un neonato riesca a riprodurre movimenti della bocca e del volto della mamma a poche ore dalla nascita. E se gli si fa la linguaccia, risponde allo stesso modo: perché è un qualcosa di innato dentro ognuno di noi.

Neuroni Specchio e Cinema

Basta questo per spiegare il coinvolgimento emotivo che si prova al cinema? Non proprio. La predisposizione c’è, ma poi molto dipende anche dalla tecnica usata dal regista, dalla fotografia, dalle musiche e così via: è l’insieme di questi elementi che ci fa immergere nell’azione. Più nel dettaglio:

  • Movimenti Macchina: I neuroscienziati si sono chiesti: “cosa accade e come cambia la percezione negli spettatori se si cambiano elementi chiave come il movimento della macchina, a parità di scena? Tra immagine statica, zoom sull’attore, carrellata in avanti o steadycam (telecamera indossata dall’operatore che è libero di muoversi)? Il risultato è stato sorprendente: l’uso della steadycam attiva molto di più il meccanismo dei neuroni specchio rispetto agli altri.. È come se fossimo lì davanti alla scena, non visti (pensa alla telecamera che segue il bambino sul triciclo in Shining, generando ansia per chi guarda).
  • Zoom: L’immedesimazione è utile per creare suspense, angoscia, ma talvolta il regista vuole ottenere proprio l’opposto, e cioè il distacco e l’estraniazione dello spettatore. In tal senso, lo zoom è perfetto perché ci mostra le scene come fossero tanti quadri, riducendone la componente emotiva. Ciò dipende dal fatto che la zoomata non è un tipo di movimento che l’occhio può fare naturalmente. Basti pensare all’effetto che si vede in Revenant o in Barry Lyndon di Kubrick.
  • Montaggio Classico: Alla fine i film che più attivano i neuroni specchio sono quelli montati in modo classico, e questo spiega in parte perché alcuni titoli di Hollywood siano diventati dei blockbuster. Ma montaggio classico non significa che non si possa giocare con le aspettative degli utenti e alzare il livello di tensione. Un esempio? Nel Silenzio degli innocenti, alla fine sembra che mezza FBI sia davanti alla casa dell’assassino; e invece l’unica presente è Jodie Foster.

I neuroni specchio, insomma, non spiegano tutto, ma ci aiutano a comprendere meglio l’origine della meraviglia che è per noi il cinema, una sottile via di mezzo tra la “finzione del reale, e la realtà della finzione.”

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